“Comandante”
Salvatore Todaro

“Da mesi e mesi non faccio che pensare ai miei marinai che sono onorevolmente in
fondo al mare. Penso che il mio posto è con loro”.
Così scriveva Salvatore Todaro il 12 dicembre 1942, un giorno prima di morire,
in una lettera ad un suo amico salentino, che aveva vissuto con lui le
incredibili vicende a bordo del sommergibile “Cappellini”.
Todaro aveva solo trentaquattro anni e tutta una carriera davanti a sè, aveva
una moglie giovane e due figli , il maschio piccolo e la femminuccia che nascerà
subito dopo la sua morte. Non aveva nessun motivo per
desiderare la morte
In data 30 agosto 2023, la rassegna cinematografica di Venezia, per il suo 80esimo anniversario, ha aperto con un film tratto da una storia vera, quella del "Comandante" Salvatore Todaro.
Esistono storie che il tempo
non può scalfire, vicende umane capaci di superare le barriere del conflitto e
dell'ideologia per diventare simboli universali. Una di queste è la storia di
Salvatore Todaro,
ufficiale sommergibilista della Regia Marina durante la Seconda Guerra Mondiale,
la cui straordinaria parabola umana e militare è tornata alla ribalta
internazionale grazie al kolossal cinematografico
"Comandante"
(2023), diretto da Edoardo De Angelis e magistralmente interpretato da
Pierfrancesco Favino.
La storia è quella dell’eroe della seconda guerra mondiale Salvatore Todaro.
Per capire l'indole e il legame viscerale di Salvatore Todaro con l'elemento liquido, bisogna partire dalle sue origini geografiche. Salvatore Todaro è nato a Messina.
Crescere di fronte allo Stretto, un tratto di mare mitologico, sferzato da correnti uniche e testimone di secoli di storia marittima, ha impresso nel DNA di Todaro una precisa forma mentis. Chi nasce a Messina impara a rispettare il mare prima ancora di comprenderlo; impara che le onde uniscono i popoli e che nessun marinaio, per nessuna ragione al mondo, può essere abbandonato alla furia degli abissi.
Quello "spirito dello Stretto", fatto di fierezza e generosità, guiderà ogni sua scelta futura, anche le più estreme.
La leggenda di Todaro non si limita alla sua immensa umanità, ma scaturisce da una forza di volontà fuori dal comune.
Ma chi era questo "Comandante"?
Un destino legato al mare: l'orgoglio di essere nato a Messina
Qualche mese prima del terribile terremoto di Messina, nasceva Salvatore Todaro,
nu riuni Santu 'i Missina. Il destino volle che lui e la sua famiglia scampassero al tremendo
sisma perché lo aspettava un destino, quello di eroe.
Morì a soli 34 anni per una scheggia alla testa arrivata da una
raffica di mitraglia di un aereo inglese durante la seconda guerra mondiale.
Eroe quasi dimenticato, che ha segnato la storia del mare, non solo dai suoi stessi concittadini, riemerge alla memoria e
diventa l'eroe anche del cinema mondiale.
Salvatore nasce a Messina il 16 settembre 1908,
S si trasferì a Chioggia durante la Grande Guerra poiché il
padre, il maresciallo d’artiglieria, Giovanni Todaro, venne incaricato quale
responsabile di Forte Penzo nella laguna veneta.
Salvatore studiò alle elementari Caio Duilio di Messina e quindi
successivamente a Chioggia dove frequentò le scuole tecniche prima di entrare
all’Accademia militare di Livorno nel 1923.
Nel 1927 fu promosso guardiamarina.
Si distinse subito come marinaio di grandi valori e principi.
Nel 1933, a Livorno, si sposa con Rina Anichini, ha due figli Gian Luigi (1939-1992) e Graziella Marina (1943)
Il 27 aprile 1933, a La Spezia, ebbe un incidente aereo a bordo di un S.55 della 187ª squadriglia (Aviazione ausiliaria per la Marina) su cui era imbarcato in qualità di osservatore: l'acqua sollevata da un siluro colpì l'idrovolante nei piani di coda e lo fece infilare in mare. Ebbe una frattura della colonna vertebrale che lo avrebbe obbligato a portare per il resto della vita un busto.
Di lì in poi, il dolore causato dalla lesione alla colonna vertebrale lo avrebbe debilitato per sempre ed ingabbiato in un busto di ferro, ma egli cercò il più possibile di tenere nascosta la sua sofferenza fisica, tanta e tale era la sua grandezza morale.
Dopo esser stato alle dipendenze della Regia Aeronautica presso il comando dell'Alto Tirreno, rientrò nei ranghi della Regia Marina dal 1º ottobre 1934.
Nel 1936 venne destinato alla 146ª Squadriglia Idrovolanti, e
l'anno successivo si imbarcò
sui
sommergibili Marcantonio
Colonna,
quale ufficiale in seconda (dal 27 aprile 1936), e Des
Geneys,
sempre quale ufficiale in seconda (dal 14 dicembre 1936).
Nel 1940, raggiunto il grado di capitano di corvetta, ottenne il comando
del sommergibile Luciano Manara (classe Bandiera) e successivamente
quello del sommergibile atlantico Cappellini (classe Marcello)
Allo scoppio della seconda guerra mondiale Todaro e il Cappellini vennero destinati alla base oceanica Betasom di Bordeaux dalla quale i sommergibilisti italiani, partecipando allo sforzo germanico durante la Battaglia dell'Atlantico, si sforzavano di bloccare le rotte marittime tra gli Stati Uniti e la Gran Bretagna. Il 22 dicembre 1940 Todaro lasciò nuovamente la base di Bordeaux con il Cappellini per una nuova missione.
Il 5 gennaio 1941, nel tratto di mare compreso tra le isole Canarie e la costa africana, il Cappellini affondò, sempre utilizzando il cannone, il piroscafo armato inglese Shakespeare da 5.029 tonnellate: durante l'azione un marinaio del Cappellini morì a causa del violento fuoco avversario. Anche in questo caso Todaro raccolse i 22 superstiti, alcuni gravemente feriti, e li pose in salvo sulle coste dell'isola di Capo Verde.
Proseguendo la crociera, il sommergibile giunse nella zona di Freetown (Sierra Leone), dove riuscì ad affondare con due siluri e utilizzando il cannone il trasporto truppe britannico Eumaeus da 7.472 tonnellate.
Anche in questo caso il sommergibile subì alcune perdite dovute al violento fuoco di risposta. Nel corso della battaglia, un aereo inglese, forse richiamato dall'SOS dell'Eumaeus, arrivò sulla zona e riuscì a colpire con due bombe il Cappellini prima che riuscisse ad immergersi, causando gravi danni e diversi feriti. Ciò nonostante, Todaro riuscì a portare il sommergibile fino al porto neutrale spagnolo di La Luz a Gran Canaria, dove giunse il 20 gennaio 1941.
Grazie all'aiuto delle autorità spagnole, vicine al fascismo italiano, Todaro riuscì a sbarcare i feriti e a riparare il battello, per poi riprendere il mare, il 23 gennaio 1941, e raggiungere con successo il porto di Bordeaux.
Nel corso del combattimento aveva trovato la morte l'Ufficiale della direzione di macchina, tenente del GN di complemento Danilo Stiepovich. Per queste missioni ricevette la medaglia d'argento al valor militare.
Todaro partecipò successivamente ad altre due sfortunate crociere atlantiche.
Nel novembre 1941 chiese ed ottenne di essere trasferito alla Xª Flottiglia MAS.
Venne assegnato all'"Autocolonna Moccagatta" con il grado di capitano di corvetta, con la quale partecipò dal maggio 1942 al blocco navale della città di Sebastopoli, sul Mar Nero, durante le operazioni sul fronte orientale. In queste operazioni si distinse nuovamente ed ottenne la terza medaglia d'argento al valor militare.
Nel novembre 1942 Todaro venne destinato alla base di La Galite in Tunisia e, al comando del motopeschereccio armato Cefalo, iniziò a pianificare ed effettuare una serie di attacchi al porto di Bona, importante base avversaria.
Dopo essere rientrato da una missione notturna, il 13 dicembre 1942 il Cefalo venne attaccato da uno Spitfire inglese.
Durante il mitragliamento il comandante Todaro fu colpito da una scheggia alla tempia e morì sul colpo a Jazirat Jalitah in Tunisia il 14 dicembre 1942
Gli venne poi assegnata la medaglia d'oro al valor militare alla memoria.
Le sue spoglie mortali si trovano nel cimitero della Purificazione di Livorno.
Nell'ottobre del 1940, Todaro è al comando del sommergibile oceanico Comandante Cappellini, impegnato nella cruciale e letale Battaglia dell'Atlantico.
Nella notte del 16 ottobre, al largo delle isole Azzorre, il sommergibile italiano intercetta il piroscafo belga Kabalo, che viaggia a luci spente e trasporta materiale bellico per conto degli inglesi.
Il Kabalo apre il fuoco, ma la reazione del Cappellini è fulminea: Todaro risponde a colpi di cannone e affonda il mercantile nemico. A questo punto, la prassi militare dell'epoca avrebbe imposto di immergersi nuovamente e dileguarsi, lasciando i sopravvissuti al loro destino. Todaro, invece, compie una scelta che sconcerta i suoi stessi ufficiali e i comandi superiori (compresi gli alleati tedeschi): decide di accostare e trarre in salvo i 26 naufraghi belgi.
Prima li prende a rimorchio su una lancia di salvataggio; poi, quando questa rischia di affondare, li accoglie tutti a bordo del suo sommergibile, stipandoli tra i motori e i siluri. Per tre giorni naviga in emersione, visibile ai radar nemici e vulnerabile a qualsiasi attacco aereo, pur di sbarcare gli uomini sani e salvi su una spiaggia neutrale delle Azzorre.
Quando il capitano del Kabalo, Georges Vogels, stupito da tanta grazia, gli chiese:-«Ma lei, visto che tratta così un nemico, che razza di uomo è? Vede, se quando ci ha attaccati di sorpresa non avessi dormito nella mia cabina, le avrei sparato addosso con il cannone, scusi la mia franchezza.» Al che Salvatore Todaro rispose: «Sono un uomo di mare come lei. Sono convinto che al mio posto lei avrebbe fatto come me. Sono Italiano»
Todaro portò la mano alla visiera in segno di saluto e fece per andarsene, ma, vedendo il secondo ufficiale guardarlo, si fermò e gli chiese: «Ha dimenticato qualcosa?», «Sì» – gli rispose l'altro con le lacrime agli occhi – «Ho dimenticato di dirle che ho quattro bambini: se non vuole dirmi il suo nome per mia soddisfazione personale, accetti di dirmelo perché i miei bambini la possano ricordare nelle loro preghiere.» ......Todaro rispose di chiamarsi Salvatore Bruno
... La sua fama di eroe del mare si espande così in tutta Europa ed in
tutto il mondo.
La sua disobbedienza poteva essere scambiata ad un atto di insubordinazione,
poiché gli ordini dell’Asse erano quelli di non soccorrere i superstiti.
“Noi siamo
marinai, marinai italiani, abbiamo duemila anni di civiltà sulle spalle, e noi
queste cose le facciamo”
Al momento opportuno, l’Italiano Salvatore Todaro, aveva saputo ascoltare la sua
coscienza tenendo fede ai più alti principi etici.
Il comandante Todaro tornò a far parlare di sé l’anno dopo, il 5 gennaio 1941,
salvando diciannove superstiti del piroscafo inglese Shakespeare, dopo averlo
affondato nelle acque dell’Atlantico, tra le isole Canarie e le coste africane.
Anche allora accadde qualcosa di incredibile: gli uomini in mare vennero salvati
e issati a bordo della nave nemica che li aveva appena attaccati, quindi portati in
salvo su un’isola vicina.
La madre di uno dei naufraghi nemici salvati da Salvatore scriverà ...
“ …Vi è un eroismo barbaro ed un altro davanti al quale l’anima si mette in
ginocchio, questo è il vostro. Siate benedetto per la vostra bontà che fa uno di
Voi un Eroe non soltanto per l’Italia ma per l’Umanità”.
Insomma un esempio non solo per tutti i messinesi, ma un esempio per tutto il
genere umano.







Il legame tra l'eroe e la sua terra natale si è sigillato per sempre in uno dei luoghi più iconici e suggestivi della Sicilia: la zona falcata del porto di Messina

Il Forte San Salvatore
nel porto di Messina, custode della memoria del Comandante
Il legame tra l'eroe e la sua terra natale si è sigillato per sempre in uno dei
luoghi più iconici e suggestivi della Sicilia: la zona falcata del porto di
Messina.
Proprio all'interno dello storico Forte San Salvatore, che fa da base alla stele della Madonna della Lettera, la Marina Militare ha allestito una stanza della memoria
interamente dedicata a Salvatore Todaro.
All'ingresso di questo sacrario, la figura di un marinaio della riserva, accanto alla bandiera della marina, custodisce solennemente i cimeli dell'eroe, accogliendo
i visitatori in un luogo di profonda commozione

Qui sono conservati i ricordi più intimi del Comandante: documenti storici, lettere d'epoca e, soprattutto, le divise originali da lui indossate durante le sue storiche navigazioni.




Questi inestimabili cimeli sono stati donati alla città e alla Marina dalla figlia Graziella Marina Clodia Todaro. Dietro questa donazione si cela il risvolto più drammatico
e umano della vita dell'eroe. Graziella nacque infatti nel 1943, pochi mesi dopo la tragica scomparsa del padre.
Salvatore Todaro
non ha mai potuto vedere né
abbracciare la sua bambina, strappato alla famiglia
dalle esigenze della guerra prima di poter
fare ritorno a casa.
Oggi, quelle divise esposte a Forte San Salvatore, non raccontano solo le gesta di un implacabile e generoso guerriero del mare, ma testimoniano il sacrificio supremo
di un uomo che ha dato tutto per la patria e per l'onore della sua terra.
Massimo Mastronardo