
Bruno Samperi - Pittore
Bruno
Samperi e' un artista molto noto, non tanto a Messina, ma in Sicilia e
nel continente.
Nella sua pittura Samperi ha rappresentato il paesaggio, la natura
morta, la figura umana.
Nella
sua più recente produzione, l'artista ha spesso adoperato
l'inchiostro.
Scrive Lucio Barbera: "da
quando, ancor ragazzo, lavorava presso la bottega tipografica di
famiglia. Erano tempi difficili, bisognava far fronte alle
necessità e il giovanissimo Bruno, fin da allora, ha imparato che
anche nei giochi c'è la lama dura e tagliente della sofferenza. Lì,
in una piccola tipografia, Bruno cominciò ad inseguire il suo sogno
con gli inchiostri tipografici. Un nero, a volte condito da un oro
bizantino e sempre consapevole delle sue infinite declinazioni, che
si agita sul foglio di carta lucida in ritmi sconvolgenti, con un
turbinio di vento, ma che sa anche depositarsi con strepitosa e
riflessiva serenità , in un caos calmo che, del mistero della vita,
riesce a cogliere la profondità e la superficie. E sono forme
slabbrate, sfilacciate, irregolari, che approdano a quella che,
riprendendo la contrapposizione della vecchia coppia wolffliana, può
dirsi forma aperta che lascia libero accesso all'accidentalità del
caso, al ritorno del rimosso, al rilancio delle componenti
dionisiache dell'esistenza".
Bruno
Samperi: L'Eretico dello Stretto
Tra
inchiostri tipografici e "caos calmo", ritratto del pittore
biologo che ha trasformato l'esistenza in segno.
Esistono
artisti che non dipingono per scelta, ma per una sorta di imperativo
biologico. Bruno Samperi
(Messina, 1933) appartiene a questa rara stirpe di "resistenti".
Definirlo semplicemente un pittore sarebbe riduttivo: Samperi è un
ecosistema di segni e gesti che da oltre settant'anni rigenera l'aria
della città dello Stretto, proiettandola in una dimensione
universale.
Tutto
inizia negli anni '50, tra l'odore acre della tipografia di famiglia.
Mentre il mondo dell'arte discuteva di astrattismo e realismo, il
giovane Bruno imparava a conoscere la materia tra le macchine
stampatrici. Quegli inchiostri sono diventati il suo DNA. Come ricorda
il critico Lucio Barbera, è in quella bottega che Samperi ha
compreso che l'arte non è separata dalla sofferenza, ma ne è la lama
dura e tagliente.
Il
"Ligabue Messinese": L'Arte come Pane e Difesa
C'è
un filo rosso che lega il fondaco messinese di Casa Pia alle nebbie
padane di Antonio Ligabue.
Samperi, proprio come il "matto" di Gualtieri, incarna la figura
dell'artista scontroso, fieramente isolato e allergico alle passerelle
della critica ufficiale.
Entrambi
hanno vissuto l'arte non come un vezzo estetico, ma come strumento di sopravvivenza primaria.
Se Ligabue scambiava un quadro con un pasto caldo o una motocicletta,
Samperi è noto per aver spesso "svenduto" il proprio genio per far
fronte alle necessità più prosaiche, come pagare un'utenza in scadenza
o assicurarsi i mezzi per continuare a dipingere. Questa urgenza
economica, lungi dallo sminuire il valore delle opere, ne certifica
l'autenticità: ogni pennellata è carica del peso della vita vera, di
chi non ha paracadute se non il proprio talento. In Samperi, come in
Ligabue, la pittura è l'unica moneta possibile per riscattare
un'esistenza tormentata e ribelle.
Uomo
indocile, romantico e fieramente distante dalle logiche del mercato,
Samperi è la negazione vivente del "pittore in carriera". Non cura
archivi, non insegue cataloghi. Spesso paragonato ad Antonio Ligabue
per quel suo approccio viscerale e solitario, l'artista messinese
abita il suo studio-fondaco a Casa Pia come un eremita laico, capace
di scambiare un'opera, oggi cercata dai collezionisti di tutto il
"continente", per la necessità impellente di pagare un'utenza.
"Un
nero, a volte condito da un oro bizantino... che si agita sul foglio
in ritmi sconvolgenti."
- Lucio Barbera
Dagli
autoritratti ai piccoli paesaggi "biologici"
Il
decennio degli anni '80 ha segnato il trionfo dei suoi autoritratti:
vere e proprie "folgorazioni" sulla tela dove il volto dell'artista
emerge come da un abisso seicentesco. Ma è nella produzione più
recente, quella degli anni 2000, che Samperi compie un ulteriore
miracolo estetico. Utilizzando scarti di carta e inchiostri
tipografici, l'artista ha dato vita a una serie di piccoli paesaggi,
fiori e nature morte. In questi lavori, la "forma aperta" teorizzata
da Wolfflin si manifesta pienamente: il caso diventa metodo,
l'incidente diventa poesia. Samperi si definisce un "pittore biologo"
(secondo la felice intuizione di Mosè Previti del 2012), un
ricercatore che analizza la vita non al microscopio, ma attraverso la
densità del colore.
Messina
è una città che spesso dimentica i suoi figli più illustri, ma
Samperi è impossibile da ignorare. Provocatore, polemico con le
istituzioni, ma sempre sorretto da una dignità artistica
incrollabile, continua a produrre con l'urgenza di chi sa che ogni
segno è un battito cardiaco.
Oggi,
guardare un'opera di Bruno Samperi significa immergersi in quel "caos
calmo" di cui parla Barbera. E' l'incontro tra la disciplina della
tecnica tipografica e l'esuberanza dionisiaca di un uomo che non ha
mai smesso di inseguire il suo sogno. Samperi non dipinge il mondo: lo
secerne, lo soffre e, infine, lo regala a chi ha ancora occhi per
guardare oltre la superficie.
L'INTERVISTA
IMPOSSIBILE
Intervista
a Bruno Samperi: "Dipingere è un atto biologico"
L'appuntamento
è nel suo studio a Casa Pia. Tra pile di carte, barattoli di
inchiostro, qualche piccione che svolazza all'interno e quell'odore
di tipografia che sembra non averlo mai abbandonato, Bruno Samperi
ci accoglie con la diffidenza di chi non ama le etichette, ma con la
passione di chi ha ancora molto da dire.
Maestro,
lei si definisce un "pittore biologo". Cosa intende esattamente?
«Vede,
la pittura per me non è una decorazione, non è "fare un bel quadro".
E' una secrezione. Come il ragno fa la tela perchè è la sua natura,
io stendo il colore perchè ne ho bisogno per respirare. E' un
processo vitale, organico. Se mi fermo, mi ammalo. Per questo sono
un "biologo": descrivo la vita mentre accade, con tutta la sua
sporcizia e la sua luce.»
Il
suo legame con l'inchiostro tipografico è viscerale. E' un ritorno
alle origini nella bottega di famiglia?
«L'inchiostro
è nel mio sangue. Da ragazzo, in tipografia, ho imparato che il nero
non è mai solo nero. Ha delle profondità infinite. Quei rulli che
giravano, quel rumore meccanico... lì ho capito che l'arte è fatica
fisica. Oggi uso gli inchiostri su carta lucida o cartoncino perchè
hanno una velocità che l'olio non ha. L'inchiostro non aspetta: o
lo domini subito o ti sfugge. E' un corpo a corpo.»
Molti
la definiscono il "Ligabue messinese". Si riconosce in questa
immagine di artista solitario e fuori dagli schemi?
«I
paragoni servono ai critici per catalogare ciò che non capiscono. Ma
se essere "difficili" significa non calare la testa davanti alle
istituzioni e preferire il silenzio del mio studio ai cocktail nelle
gallerie, allora sono orgoglioso di esserlo. Come lui, io dipingo
perchè non posso farne a meno. Se vendo un quadro per pagare la
luce, non sto vendendo la mia arte, sto comprando il diritto di
restare vivo e dipingere domani. Io, come lui, non ho mai chiesto
permesso a nessuno per esistere. Non mi è mai interessato fare
"carriera". Certamente ho venduto opere per pagare la luce o
l'affitto, è vero. Ma non ho mai venduto l'anima. La solitudine è
la mia compagna di lavoro: nel fondaco sono libero, fuori c'è solo
rumore istituzionale che non mi appartiene.»
I
suoi autoritratti degli anni '80 sono stati definiti delle
"folgorazioni". Cosa cercava in quello specchio?
«Non
cercavo me stesso, cercavo l'Uomo. Guardarsi allo specchio è un atto
di coraggio o di follia. In quegli anni la tela doveva restituirmi
un'immagine che non fosse ferma, ma che vibrasse. Volevo catturare
quel momento in cui il volto si sfalda e diventa segno, gesto.
Ancora oggi, ogni volto che dipingo è un po' il mio, e ogni mio
autoritratto è il volto di chiunque abbia sofferto.»
Lei
è passato dal figurativo all'informale, ma oggi sembra quasi che i
due generi convivano nei suoi piccoli paesaggi e nei fiori.
«Non
ho mai creduto alle barriere. Se dipingo un fiore con l'inchiostro,
quel fiore è una macchia informale che però ha l'anima di un petalo.
La tecnica la impari in anni di apprendistato, poi però devi avere
il coraggio di dimenticarla. I miei piccoli paesaggi recenti sono
"caos calmo": c'è il disordine della vita, ma c'è anche la pace di
chi ha capito che non serve urlare per farsi sentire.»
Che
rapporto ha oggi con Messina?
«Un
rapporto d'amore e di rabbia. E' la mia città , la città dello
Stretto, con quella luce che ti acceca. Ma è anche una città che a
volte si siede, che non vede i suoi talenti perchè è troppo
impegnata a guardare altrove. Io però continuo a stare qui, nel mio
fondaco. La mia polemica è il mio lavoro. Finchè avrò un pezzo di
carta e un po' di nero, Bruno Samperi ci sarà»
Il
suo legame con l'inchiostro tipografico è viscerale. Perchè questa
scelta?
«L'inchiostro
è nel mio sangue. Uso gli inchiostri su carta lucida perchè hanno
una velocità che l'olio non ha. L'inchiostro non aspetta: o lo
domini subito o ti sfugge. E' un corpo a corpo.»
L'Officina
di Samperi: Materia e Memoria
L'opera
di Samperi è un viaggio dalla densità del colore all'essenzialità del
segno. Ecco i pilastri della sua produzione:
-
Il Supporto come Resistenza:
Ha dipinto su tela, cartone e carta lucida. La scelta del supporto
povero è una dichiarazione di poetica: l'arte nasce anche dallo
scarto.
-
Dualismo Figurativo-Informale:
Anche nelle opere più astratte, la struttura rivela una solida base
tecnica. Come annotato da Di Giacomo (2006), nei suoi paesaggi
riecheggiano le ombre del Seicento.
-
Il Caos Calmo:
Nella produzione recente (anni 2000), i piccoli paesaggi e i fiori
realizzati con inchiostri su ritagli di carta rappresentano la sintesi
perfetta tra l'accidentalità del caso e il controllo del gesto.
Riferimenti
Bibliografici Essenziali
L.
Barbera (1989):
Catalogo mostra personale, Galleria Aleph, Milano.
G.
Di Giacomo (2006):
Echi del Seicento nella pittura di Samperi.
M.
Previti (2012):
Bruno Samperi: Il Pittore Biologo.
"Un
nero che si agita sul foglio in ritmi sconvolgenti... un caos calmo
che del mistero della vita riesce a cogliere la profondità ."
- Lucio Barbera
Massimo
Mastronardo
